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Parlare con gli Alberi


Testimonianza di Alain Marcel


meyaya@iboga.org

Alcune testimonianze

 

Seminario Iboga

Sono già tre settimane che ho ricevuto l'iniziazione al Bwiti. Alcuni ricordi si smorzano, altri ricompaiono.

Ringrazio quello che me ne ha parlato per primo e che mi ha offerto di andare nel Drôme, in Francia, all'incontro del Nganga Mallendi. Dedico questa testimonianza a quelli che si credono persi, quelli che intendono morire presto ed a Milonga.

 

Come vanno le cose della terra ? La primavera ha un sapore ed un esplosione di varietà, per me, questo anno. Posso intendere/sentire i messaggi che mi mandano le piante. Fin dal secondo giorno dell'iniziazione, portandomi a spasso nelle vicinanze, le primule e le viole cosparse nei prati o sui bordi delle strade mi parlavano in colore. Malgrado il cielo coperto e la neve fusa che cadevano, avevano l'esplosione di un giorno pieno di sole. Alla svolta di queste strade, ho incontrato mio fratello, il pino viaggiatore. Più lontano, ho urlato alla morte e ho pianto su dei faggi che erano appena stati abbattuti sull'altro versante della montagna. Scendendo per i campi, le querce ancora secche dell'inverno mi istruivano. I più giovani si burlavano di me danzando. Continuo a comunicare con le piante che mi cingono qui a Bruxelles; osservo, stupito come mai e gioioso, la fioritura e l'arrivo delle foglie. Mi rallegro di attraversare il parco ogni mattina per andare al lavoro a Forest.

 

Sono venuto all'iniziazione bwiti con due domande: come rilasciare questa volontà di controllo ? come aprire di più il mio cuore ? Ho ricevuto delle risposte, al di là delle mie aspettative.

 

Mi sono visto molto vecchio, vicino alla morte, e molto giovane, ancora poppante, solo, su un suolo freddo. Ho preso questo bambino nelle mie braccia e l'ho riscaldato, coccolato, amato.  Ho ritrovato Margot, la giumenta di mio nonno, morta o venduta quando avevo un anno e mezzo o due. Non avevo di lei nessuno ricordo cosciente, solamente delle foto dove mi si vede nel mio passeggino sotto le narici del cavallo. L'ho vista fin dalla prima notte. La mattina, portandomi a spasso nei boschi, una carcassa di cavallo bruciato mi è apparsa in un ammasso di rami e di ceppi. Compresi attraverso queste differenti visioni che questo cavallo sparito era all'origine di una volontà di controllo e di un'aggressività che faceva si che io fossi sempre "presso gli altri" e raramente "con me."

 

La musica che suonava il Nganga, arco musicale ed arpa, era di una ricchezza e di una dolcezza infinita. L'aède suonava l'arpa mentre l'iboga mi raccontava la storia della terra, una storia molto vecchia, triste ed affettuosa. Mallendi suonava solo, tuttavia l'arco musicale moltiplicava i registri : potevo sentire quattro strumenti differenti. È lui che mi ha suggerito questi miliardi di formiche microscopiche, ciascuna puliva una delle mie cellule danzando al ritmo con la musica. Loro mi hanno trascinato in una danza rigeneratrice, al centro del locale, faccia ai musicisti.  Ho trovato fin d'allora in questa danza, una flessibilità ed una precisione ignote.

 

La seconda notte, ebbi molta pena da accettare la mia bocca infarinata nello specchio. Per scappare lì, giocavo il bambino guasto che si innervosiva urlando delle stupidità nella bacinella e gettandola davanti a lui perché non riusciva a vomitare come tutti. Nello specchio, c'era un vecchio insopportabile, l'aria vaga e sufficiente. La paura di invecchiare, la paura di morire, tutto era là. E niente altro. Salvo talvolta un scoppio metallico ed assassino che passava nello sguardo, l'io dello squalo. Nello stesso momento di questa visione nauseante ed infernale, dei ricordi affluivano al mio spirito ad un velocità record, più rapidamente della prima notte; talmente rapidamente che non avevo il tempo di fare dei legame tra essi o di collegare questi oggetti, questi momenti, ad una storia. Un poco come il contenuto di un solaio immenso dove nessuno potrebbe riconoscere le viti (o più persone) dietro gli oggetti stessi senza trovare nessuno legame tra essi. Tutto ciò che potevo fare era rigettare questo. Gettare, gettare, jeter .Io mi chiedevo bene ciò che facevo con tutto questo colabrodo nella mia testa.

 

Alla fine della seconda notte cominciai ad inquietarmi. Ero supposto construire : non avevo fatto altro che vedermi, visitare e gettare, ma non avevo vomitato. Mi intesi chiedere allora a Mallendi, quasi senza esitazione e stupito della mia propria domanda, " tutto ciò che ho gettato ha lasciato una forma nei miei neuroni, come devo fare affinché questa struttura sparisca e inoltre, che il mio cervello ritrovi la sua configurazione originaria? dice: "diversamente, per utilizzare un'immagine che va meglio con l'arnese che utilizzo in questo momento", avevo schiacciato gli schedari o i programmi, come dovevo fare per sopprimere i repertori nei quali essi si trovavano ? Mi rispose. Seguii il suo consiglio.

 

Trovavo allora una dolcezza incommensurabile. Il mio povero cuore malmenato si apriva a me. Il mio sguardo cambiava, le palpebre più pesanti, diventava più dolci. Della mia bocca socchiusa scappava un soffio sottile che veniva dal cuore. Oh, il mio povero cuore! è come se ritrovavo un amico perso di vista da molto, molto molto tempo. Questo cuore nudo, così timido, sembrando così fragile, l'avevo messo sotto sigillo. Aspettava da anni per apparire, manifestarsi.

 

Per una ragione che non ho delucidato, ho fatto la strada prevista quasi alla rovescia dall'iniziazione. Ho costruito soprattutto la prima notte e soprattutto distrutto la seconda. Ho attraversato quella notte questo che gli altri avevano attraversato la prima; dopo solamente ho potuto comprendere il loro abbattimento, il loro sentimento di vuoto e, per certi, il loro timore all'inizio di una seconda notte con l'Iboga.

 

Nel mio corpo la pianta ha fatto la strada alla rovescia. Non avendo vomitato, i catarri sono usciti dall'altra estremità del tubo digestivo. Questa distinzione non mi ha impedito di provare una grande tenerezza per le mie compagne e compagni di iniziazione. Posso considerarli fratelli senza difficoltà, mentre la fraternità è qualche cosa che mi aveva sempre messo bene a disagio che si mostrava al frontone delle scuole repubblicane.  Vomitarlo insieme come zoccolo, di viverlo insieme ? So in ogni caso che provavo una grande gioia a sentire vomitarli al punto di ridere ancora a questo ricordo, allo stesso modo di come ridevo ai primi vomiti di ogni notte di iniziazione. Comprendete allora la mia frustrazione di non avere potuto partecipare a queste emozioni.

 

Fin dal secondo giorno, ho avuto il sentimento di avere ricevuto un prezioso tesoro in condivisione. Provo ancora un'immensa gratitudine. Dio grazie, l'Africa ha custodito questo segreto, nonostante là, le guerre, la schiavitù e la colonizzazione, e lo mette a disposizione oggi, alla nostra portata di occidentali ignari. Abbiamo pensato forse tutto ma abbiamo lasciato lontano il nostro corpo indietro. Perdendo questo rapporto elementare, abbiamo perso il nostro rapporto con la terra ed abbiamo continuato a distruggerla, incoscienti.  Il paesaggio primitivo del Gran Sabana, in Venezuela, mi diceva quando l'ho incontrato questo inverno : "la terra è vecchia, vi ha portato, uomini, durante più di un milione di anni, è grande tempo che prendiate cura di lei." La terra di Africa, attraverso la radice di Iboga, mi diceva la stessa cosa. 

 

Commento ? Penso che la pianta è entrata in comunicazione diretta col mio sistema neuro-vegetativo. Adesso, posso far mia l'ipotesi di un ricercatore, elaborata a partire dalla esperienza con l'Ayahuasca : il DNA della pianta comunica col DNA dell'umano per emissioni luminose. Questa ipotesi è della più alta importanza per i nostri neuroscienziati che si fermano al supporto materiale, psicofisico-chimico, del pensiero. L'aspetto luminoso di ciò che accade attraverso noi è forse ciò che fa la differenza tra pensiero e coscienza. E la localizzazione di questa coscienza non è probabilmente il cervello.

 

Noi altri europei abbiamo pensato tutto o quasi, ma la nostra coscienza è quella di un prato adolescente male cresciuto. L'iboga mi ha permesso di cambiare paradigma, scala di valori, di riconsiderare l'ordine delle cose e delle civiltà.

 

 

 

                                                                                                                             Alain Marcel

                                                                                                                             15 maggio 2004

 

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